Nel rapporto Unesco “AI and the Future of Education: Disruptions, Dilemmas, and Directions” (2025) si avverte: «Quando l’IA trascura l’empatia e le sfumature relazionali, rischia di compromettere la fiducia, l’autonomia dello studente e uno sviluppo socio-emotivo inclusivo. Troppi strumenti tecnologici, pur definiti “incentrati sull’uomo”, si presentano come sistemi chiusi orientati esclusivamente all’efficienza: automatizzano le attività trascurando però la valorizzazione del ruolo educativo, il senso di appartenenza degli studenti e una pedagogia attenta alla cura della persona».

L’avvio della nuova ondata formativa per i docenti italiani con il DM 219/2025 – che punta a costituire “snodi formativi” per integrare l’IA nella didattica e nei processi organizzativi – non risolverà certo la contrapposizione tra “apocalittici e integrati”. L’IA nella didattica resta una sfida pedagogica aperta: per gli insegnanti, chiamati a perfezionare e ripensare la propria professionalità nella progettazione di nuovi sistemi educativi, e per gli studenti ai quali la “delega cognitiva” sottrae la fatica del pensare, la sintesi delle fonti e la strutturazione del pensiero critico. La soluzione è ormai nota: l’IA deve diventare necessariamente un partner maieutico, uno dei tanti strumenti attraverso cui leggere il mondo, mantenendo il focus ben saldo sul “processo” di apprendimento prima che sui risultati.

Laboratori immersivi: dialogare con l’IA

In che misura l’IA può contribuire a stimolare la più umana delle life skills, ovvero l’empatia? Attraverso piattaforme didattiche che creino ambienti sicuri, protetti e monitorabili dal docente stesso (ad es. Magic School, Mizou, School Ai), nei quali gli studenti possano interagire con un chatbot appositamente istruito, il dialogo può trasformarsi in un’esperienza immersiva che va a stimolare molteplici competenze non cognitive.

Lo studente può intervistare un personaggio storico (da Cesare a Marie Curie, da una staffetta partigiana ad un’operaia a un emigrante), ma non solo e non tanto per soffermarsi sui fatti. La classica intervista impossibile, condotta con un’IA appositamente istruita dal docente con un prompt e con specifiche fonti di riferimento, consente allo studente di empatizzare con questo o quel personaggio andando alla scoperta dei suoi “nodi interiori”, dei suoi dilemmi morali, delle paure e dei dubbi nutriti prima di un evento significativo; condividere, se pure in una finzione virtuale, i momenti in cui i protagonisti si sono trovati al bivio obbliga lo studente a una ginnastica cognitiva superiore, comprendendo la fragilità della decisione storica, il senso del conflitto interiore, le conseguenze umane di una scelta importante.

Anche la geografia allena l’empatia

Questo approccio può estendersi anche alla geografia, poiché possiamo trasformare la disciplina in un esercizio di cittadinanza attiva e di analisi complessa. Nel contesto dello storytelling, l’IA può simulare un personaggio verosimile (ad es. una climatologa che fa ricerche sul permafrost), ma anche dare voce ad un luogo. Si immagini di presentare agli studenti la possibilità di dialogare con un “fiume conteso” (ad es. il Mekong) alla scoperta del suo tragico protagonismo tra dispute geopolitiche.

Le icone storiche si presentano nella loro umanità, le voci dal basso trovano ascolto, il territorio e i suoi segni possono essere osservati con occhi e cuore nuovi, i dati geografici astratti risvegliano la sensibilità ambientale. La sfida del nuovo umanesimo digitale è usare la tecnologia tenendo accesi la riflessione e lo spirito critico. Quando uno studente interroga un personaggio storico sui suoi conflitti interiori, sta imparando che, dietro ogni evento, ci sono scelte, fragilità e responsabilità umane. L’IA, se ben orientata ed istruita, può fungere da “palestra” e supportarci, pur con i suoi limiti, a leggere il mondo. Non è forse questo il verso senso dell’educazione?

 



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